Il digitale a scuola – una nuova sfida per i docenti

Le nuove tecnologie digitali sono uno strumento ricco di opportunità, ma che presentano anche un lato oscuro a cui bambini e adolescenti sono più esposti. Per questo, gli adulti educatori – in primo luogo i genitori e gli insegnanti – devono educare i ragazzi ad utilizzare le nuove tecnologie in modo sicuro, impegnandosi prima di tutto a conoscere questi strumenti in prima persona. Essere consapevoli dei rischi è essenziale per scegliere protezioni adeguate: l’educazione e l’utilizzo di sistemi efficaci e aggiornati per filtrare i contenuti sono i principali modi per difendere i minori dai pericoli della Rete, e quindi anche per consentire loro di coglierne le rilevanti opportunità.

Lo scorso ottobre, con il progetto Tempo Curioso abbiamo iniziato un percorso formativo dedicato ad insegnanti e genitori sui temi della sicurezza in rete e della responsabilità di essere parte del mondo digitale. Durante  l’appuntamento di gennaio abbiamo parlato dell’ingresso del digitale a scuola insieme a Ornella di Benedetto dell’Associazione Sloweb, Laureata in Pedagogia ad indirizzo psicologico e da sempre interessata al tema del digitale nella formazione, in passato ha svolto la professione di insegnante di scuola primaria e di dirigente scolastica.

Nativi digitali e immigrati digitali

Bambini ed adolescenti di oggi rappresentano oramai la vera prima generazione dei nativi digitali. Il termine “nativo digitale” fu coniato da Marc Prensky (scrittore, consulente e innovatore nel campo dell’educazione e dell’apprendimento) nel 2001 e definisce i cittadini che sono nati nella tecnologia e che fin dai primi momenti della loro crescita cognitiva e sociale hanno utilizzato i mezzi tecnologici in modo “naturale”. I nativi digitali sono soggetti che comunicano, interagiscono, apprendono secondo tempi e modalità nuove rispetto al passato in cui le tecnologie non erano parte integrante del quotidiano delle persone, come invece accade oggi. Ma, essere nativi digitali non significa essere competenti digitali anche se si possiedono comportamenti tipici del contesto digitale in cui si è immersi fin dalla nascita.

“Dall’altra parte ci sono gli immigrati digitali, ovvero coloro che hanno fatto entrare le tecnologie nel proprio quotidiano, in una fase avanzata della propria crescita. Ma proprio a questi ultimi spetta il compito di progettare e realizzare nuovi approcci educativi e didattici che rispondano ai bisogni dei nativi digitali, utilizzando le tecnologie.

Ornella di BenedettoAssociazione Sloweb

Come il digitale modifica l’apprendimento 

Secondo una ricerca effettuata da un ente britannico per le telecomunicazioni (Ofcom) in media le persone controllano i loro telefoni ogni 12 minuti e un adulto su 5 passa più di 40 ore alla settimana online. Gli smartphone, i social media, i videogiochi e il tempo passato sullo schermo in generale sono stati accusati di compromettere la memoria, l’attenzione e la lettura e di rendere le persone meno socievoli, civili ed empatiche.

Per quanto riguarda il linguaggio sembra che chi legge parole stampate sia più in grado di ricordare dettagli specifici, o di ricostruire la trama di una storia, rispetto a chi legge su uno schermo. Questo perché la lettura su dispositivi digitali può indurre a impegnarsi superficialmente: le persone tendono ad attuare lo skimming, cioè la lettura veloce che si concentra solo su parole chiave e non su tutto il testo, e a passare velocemente da un elemento all’altro.

Il digitale a scuola

Gli avvenimenti di questi ultimi due anni hanno costretto la scuola a fare un balzo in avanti e ad accelerare un processo che non si poteva più ignorare dovendo utilizzare il digitale come ancora di salvezza per non perdere il contatto con gli studenti durante la pandemia. Secondo una ricerca pubblicata da Indire dal titolo “Pratiche didattiche durante il lockdown” il 67 % dei docenti ha insegnato online per la prima volta nella propria carriera.  

La didattica a distanza si è rivelata uno strumento utilissimo durante l’emergenza, tuttavia ha fatto emergere una serie di problematiche per docenti e studenti. La DAD ha contribuito a migliorare le competenze digitali di tutti coloro che sono stati messi di fronte alla necessità di utilizzare metodologie nuove e strumenti fino ad ora sconosciuti ma, d’altra parte, è stata fonte di stress e stanchezza e per molti studenti di noia, di solitudine, di confusione.

L’uso della DAD in modo funzionale richiede una formazione specifica degli insegnanti. Insegnare a distanza richiede che il docente possegga conoscenze in merito ai tempi di attenzione degli allievi davanti allo schermo, differenti a seconda dell’età, e che utilizzi delle strategie per motivare e per rendere autonomi i ragazzi. Cosa viene richiesto ai docenti del terzo millennio? “Il docente del terzo millennio deve saper costruire percorsi, valutare, comunicare, progettare contenuti, organizzare l’attività didattica, individualizzare l’apprendimento e sviluppare attività collaborative” (Elena Cosa su “Cittadini in crescita” 2013).

La vera sfida della scuola

“La vera sfida, il vero compito della scuola è quello di aiutare i ragazzi ad avere un “pensiero sul digitale”: capirlo, interpretarlo e sottometterlo alla ragione. Se vogliamo intervenire sul digitale a scuola esso in qualche modo deve diventare, perciò, parte dell’insegnamento (…) Imparare ad usare il digitale in modo intelligente e proficuo vuol dire introdurre gli studenti ad un uso critico delle tecnologie facendole diventare, quindi, oggetto di lavoro dentro il curricolo disciplinare o in ore dedicate visitando con gli strumenti i nuovi luoghi di cultura (siti, piattaforme, ecc.) insegnando loro a scegliere e selezionare spazi di ricerca ed informazioni, con spirito di iniziativa e creatività”. (Botturi 2019)