Le sfide della sicurezza alimentare e dell’agro-ecologia rispetto alle insidie della crisi climatica. Aspetti Locali, Ripercussioni Globali

I lavori del G20 e della COP26 si sono recentemente conclusi a Glasgow, evidenziando problematiche del nostro tempo legate al cambiamento climatico. I dati della FAO del 2021 mostrano come i sistemi agro-alimentari contribuiscono al cambiamento climatico, evidenziando come l’agricoltura sia la responsabile del 31% delle emissioni di gas serra. Diventa essenziale agire da un punto di vista sistemico le relazioni dell’agricoltura con l’ambiente in un’ottica trasformativa che non sia solo limitata ad un miglioramento dell’efficienza dei sistemi e alla sostituzione di prodotti inquinanti con pratiche alternative. Occorre un ripensamento del sistema per riconnettere produzione e consumo in una logica di economia circolare, migliorando anche il sistema di governance responsabile dei sistemi alimentari globali.

L’agricoltura è vittima della crisi climatica ma al contempo vi contribuisce dato che le emissioni del sistema agro-alimentare sono il 31% del totale, di cui il 13% in campo e dunque, anche considerando le specificità dei sistemi, è fondamentale che gli attori del sistema agroalimentare in tutto il mondo diventino protagonisti del cambiamento e della transizione agro-ecologica. LVIA è impegnata direttamente, e nelle reti di cui è parte come Azione Terrae, a promuovere il cambiamento.

Italo RizziDirettore strategico LVIA

Durante la tavola rotonda organizzata da LVIA la scorsa settimana, abbiamo discusso insieme ad esperti del settore sulle sfide globali e locali che dovremo affrontare nei prossimi decenni ed individuare le principali modalità di adattamento in base al contesto territoriale. L’incontro è stato l’occasione di presentare il caso del Burkina Faso, dove i cambiamenti climatici aggravano ulteriormente l’insicurezza alimentare del Paese, colpendo perlopiù le fasce vulnerabili della popolazione

Il caso studio del Burkina Faso e gli effetti del cambiamento climatico

La sensibilità legata agli effetti dei cambiamenti climatici fa parte dell’immaginario collettivo globale degli ultimi anni, tuttavia, queste sono problematiche che interessano l’Africa sin dagli anni ’70, quando l’influenza di carestie e siccità iniziò a provocare problemi di approvvigionamento idrico, generando migranti climatici, impossibilitati a rimanere nelle loro terre. Il Burkina Faso rappresenta un caso esemplare in cui gli effetti del cambiamento climatico diviene acceleratore delle situazioni di insicurezza: le tensioni esistenti sull’accesso a terreni, acqua e pascoli, dovuti alla grave situazione di siccità, sono sfruttati ed esacerbati dalla presenza di gruppi armati terroristici sul territorio. Il clima di violenza si estende dal Mali, e si intensifica nel Nord del Burkina Faso fino a raggiungere il Niger, provocando un milione e mezzo di sfollati (il 10% della popolazione del Burkina Faso).

Negli ultimi 50 anni di operazioni sul campo, LVIA è stata testimone dei cambiamenti avvenuti in Africa Sub-sahariana. Oltre alla presenza di incendi, alluvioni e siccità, dal 2015 è iniziata in questi territori una fase che interessa fenomeni di degradazione sistemica, implicando la riduzione della biodiversità e delle risorse naturali disponibili.

“Dal 2016 al 2020, attraverso una strategia integrata di interventi, LVIA ha portato aiuto concreto a migliaia di famiglie in Burkina e in Mali, offrendo interventi per rafforzare i mezzi di sussistenza delle famiglie, aiutandole anche economicamente attraverso la distribuzione di voucher nei mesi più critici dell’anno, e a livello comunitario rafforzando la produzione agricola e l’allevamento. Questi interventi mirano ad evitare le cosiddette “strategie di adattamento negative”, come l’indebitamento e la migrazione.”

Giovanni ArmandoDesk LVIA Burkina Faso

Gli agricoltori burkinabè sono impegnati nella ricerca e attuazione di nuove tecniche di produzione, come l’adozione di nuove sementi migliorate in grado di adattarsi al clima, e l’adozione di una strategia di rotazione dei terreni per evitarne uno sfruttamento eccessivamente intensivo, alternando cereali e attività di pascolo in modo da ottimizzare le scarse risorse. Inoltre, vi è l’organizzazione in cooperative, con l’obiettivo di influenzare positivamente la politica locale, ma anche nazionale e dell’Unione Europea. Un esempio è il Conseil Régional des Unions du Sahel (C.R.U.S.), un associazione a livello nazionale che sollecita l’azione del governo e organizza un network con Niger e Mali per la difesa degli interessi degli allevatori, categoria minoritaria in un paese prevalentemente di agricoltori.

La sfida maggiore viene posta dall’influenza che la crisi climatica ha sul livello securitario e comunitario, che è fonte di crisi sociale, quest’ultima origine di problemi non più controllabili. La resilienza dimostrata dagli allevatori burkinabè nel cambiare i percorsi di transumanza, in risposta alle situazioni sfavorevoli poste dai cambiamenti climatici, ha come conseguenza lo sfruttamento di terreni altrui, provocando conflitti con agricoltori e altri gruppi, e aumentando il clima di tensione per il controllo di terre fertili disponibili. Inoltre, gli sforzi di aggregazione fra agricoltori e allevatori per fare fronte alle crisi provocate dai cambiamenti climatici vengono vanificati dalla presenza di gruppi armati sul territorio che sfruttano i conflitti provocati dalle tensioni climatiche.

“Negli ultimi 40 anni si osservano fenomeni legati al cambiamento climatico: prima i periodi di siccità arrivavano ogni 10 anni, ora si ripetono ogni 2. Aumentano, divenendo abituali, anche eventi di esondazione, causati da precipitazioni che registrano 500 mm al giorno. Se in precedenza i pastori riuscivano ad effettuare il pascolo all’interno della zona ancora considerata Sahel fino a Febbraio, ora devono spostarsi verso Sud molto prima, alla ricerca di terreni adatti.”

Boubacar CisséCoordinatore Associazione C.R.U.S. in Burkina Faso

L’agro-ecologia in Italia e in provincia di Cuneo

Quando si parla di tematiche legate all’agro-ecologia si fa riferimento ad un’agricoltura che non esaurisce il suo scopo nel fornire cibo, ma che ha anche innumerevoli benefici per la comunità. Spostandoci dunque in Italia e prendendo il livello locale e la Cooperativa Agricolor come esempio, troviamo un sistema basato su principi di agro-biodiversità che genera esternalità positive: ambientale in tema di riduzione di emissione di gas serra, e di incremento della biodiversità. Queste esternalità positive possono essere definite “servizi eco-sistemici”. Il caso Agricolor evidenzia anche come un sistema di agricoltura sociale offra diverse possibilità di inclusione e collaborazione: i progetti della cooperativa hanno infatti portato all’inserimento lavorativo di migranti e soggetti svantaggiati del territorio. Il lavoro nei campi, dunque, crea un processo di integrazione culturale. Inoltre, le esternalità positive raggiungono anche la comunità di consumatori attraverso l’acquisto di un prodotto qualitativamente di livello, che alimenta un’economia diversa: non solo consumare un prodotto, ma partecipare ad un progetto sociale e ambientale su scala locale. Agro-ecologia significa dunque anche welfare generativo, ossia un’economia circolare in cui vengono scambiati non solo prodotti ma anche valori.

Agro-ecologia significa avere una visione globale declinata in funzione delle condizioni locali e trovare soluzioni che intercettino più problematiche legate al territorio in grado quindi di ottimizzare le risorse e gli investimenti necessari, incrementare la biodiversità e la sostenibilità sociale determinando una crescita della redditività, mantenendo una connessione con i consumatori, a cui viene  offerto cibo di qualità al giusto prezzo che sostenga valori aggiunti sociali e ambientali.

“Quando si parla di agro-ecologia bisogna abbandonare l’idea di modificare il territorio in funzione delle nostre esigenze, ma vedere le potenzialità che il territorio può dare per soddisfare le nostre esigenze”

Davide MurgeseCoo.tive SeaCoop ed Agricolor E.Coop.

A livello nazionale il Senatore Mino Taricco evidenzia i cambiamenti che hanno interessato l’agricoltura italiana rispetto alle sfide dell’ambiente. Negli ultimi 25 anni, l’agricoltura italiana ha recuperato una maggiore consapevolezza riguardo l’impatto sul clima che avrebbe avuto introdurre nuove forme di meccanizzazione, chimica per l’agricoltura e nuove tecnologie. Questa sensibilità e spinta di cambiamento dell’agricoltura italiana è giunta in seguito a scelte comunitarie europee, sintetizzate nella Politica Agricola Comune (PAC), più attenta a biodiversità e clima. I cambiamenti di direzione registrati in Italia hanno condotto, da un lato, ad una significativa riduzione dell’utilizzo di prodotti chimici ad alto impatto sull’agricoltura, dall’altro lato alla ripresa di tecniche produttive più attente all’ambiente.

Le sfide legate al cambiamento climatico sono di natura territoriale e incidono sulla sicurezza alimentare. Preservare il potenziale produttivo di ogni suolo, coerentemente con la costante attenzione alle pratiche di produzione e nuove tecnologie che possono evidenziare tecniche passate dannose e controproducenti.

Considerazioni conclusive dell’incontro

Dall’esperienza delle associazioni di contadini in Burkina Faso, non può che nascerne un esempio virtuoso considerando gli effetti che questi riescono ad avere sulla politica locale e nazionale. Dunque, come possiamo influenzare i nostri politici?

Le associazioni in Burkina Faso, con l’obiettivo di influenzare la riforma della legge di revisione dell’agricoltura nazionale del Paese, stanno facendo azione di lobbying sui politici locali, riuscendo ad essere presi in considerazione dal governo e ad arrivare alla Commissione Agricoltura. In collaborazione col governo hanno partecipato come organizzazione agricole e come ONG alla recente conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico tenutasi a Glasgow.

La situazione italiana, invece, mostra dati sconfortanti, dove la promessa di raggiungere lo 0.7% del PIL per progetti dedicati a cooperazione e sviluppo è stata disattesa, aggirandosi intorno allo 0.30%.

Occorre riconoscere come i valori dell’agricoltura siano rilevanti anche sui sistemi sociali e culturali, e rifondare nuove alleanze fra politica, ricerca, imprese e società civile, a sud e nord del globo, per realizzare un cambiamento che sia sostenibile, e che possa tutelare l’ambiente e il nostro futuro.

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