Kenya: se la resilienza climatica si impara tra i banchi di scuola

I territori aridi della Contea di Isiolo, nel nord del Kenya, si trovano oggi a fare i conti con gli effetti più duri del cambiamento climatico. Le siccità ricorrenti e l’imprevedibilità delle piogge mettono a dura prova l’economia delle comunità agropastorali, minando la sicurezza alimentare e lasciando i segmenti più vulnerabili della popolazione, in particolare i bambini, esposti al rischio di malnutrizione. Di fronte a questa emergenza, la ricerca di strategie di mitigazione e adattamento nel lungo periodo è diventata una priorità assoluta.

L’orto come laboratorio: quando la teoria diventa pratica

Una risposta innovativa a queste sfide sta nascendo all’interno dei complessi scolastici, trasformati in centri strategici per la diffusione di pratiche sostenibili attraverso il modello degli orti scolastici agroecologici. Attraverso il progetto che riceve il sostegno della Regione Emilia Romagna, nelle scuole di Ngaremara, Wabera, Wakowario e Raap, il progetto affronta la vulnerabilità climatica unendo l’istruzione formale alla gestione ambientale. All’interno dei Club 4K, i gruppi scolastici dedicati all’ambiente, l’orto diventa un laboratorio interdisciplinare all’aperto. Gli alunni applicano la matematica calcolando il fabbisogno idrico delle piante per non sprecare una sola goccia d’acqua, studiano la biologia osservando i cicli di vita delle colture e dei parassiti.


Coltivare in un ambiente così ostile richiede un’architettura tecnologica studiata e basata sui principi dell’economia circolare. Gli orti sono progettati con strutture differenziate: sezioni coperte da reti ombreggianti proteggono gli ortaggi più delicati dal sole, mentre all’interno si sperimenta l’agricoltura verticale con sistemi multistrato economici e facilmente replicabili dalle famiglie con materiali di recupero. L’approvvigionamento idrico è garantito da sistemi di pompaggio a energia solare collegati a impianti di irrigazione a goccia, riducendo al minimo la dispersione idrica.

Questa complessa combinazione di tecniche agroecologiche ha un obiettivo immediato: arricchire la dieta degli studenti per contrastare un tasso di malnutrizione infantile che nella zona sfiora il 17%. In Kenya lo Stato fornisce alle scuole riso e fagioli per i pasti e le verdure coltivate nell’orto scolastico vanno così ad integrare la dieta con vitamine e nutrienti. Inoltre, eventuali eccedenze delle verdure raccolte vengono vendute al mercato per contribuire al bilancio scolastico. Il valore più profondo dell’iniziativa risiede tuttavia nella sua capacità di generare un effetto a catena. Diventando depositari di queste competenze, i giovani studenti si trasformano in ambasciatori della sostenibilità, trasferendo all’interno dei propri nuclei familiari pratiche cruciali per la resilienza dell’intera comunità.

Oltre l’agricoltura: un modello integrato per il territorio

L’impatto del progetto si inserisce in una più ampia strategia di interventi integrati per il territorio. Accanto agli orti scolastici, l’iniziativa prevede la riabilitazione di tre punti idrici per uso umano e zootecnico, sistemi di raccolta dell’acqua piovana e la piantumazione di alberi contro il clima arido. Il modello si completa sul fronte igienico-sanitario ed energetico in una scuola pilota, dove speciali latrine collegate a un impianto di biogas trasformano i rifiuti in energia rinnovabile e fertilizzante. Grazie a questi percorsi formativi, l’educazione ambientale si traduce in infrastrutture e competenze concrete, destinate a garantire una resilienza duratura a tutta la Contea di Isiolo.

La cooperazione come ponte in uno scenario in trasformazione

Questo intervento si inserisce in uno scenario della cooperazione internazionale in profonda e complessa trasformazione. Negli ultimi anni, il passaggio ufficiale del Kenya allo status di Paese a reddito medio-basso ha spinto molti donatori istituzionali e agenzie internazionali a rimodulare le proprie strategie, riducendo drasticamente i finanziamenti diretti e gli aiuti bilaterali. Questa riclassificazione burocratica nasconde tuttavia una profonda asimmetria strutturale: il benessere e lo sviluppo si concentrano quasi esclusivamente nei grandi poli urbani, lasciando le aree periferiche e semiaride del Paese in una condizione di cronica marginalità.

In regioni remote come la Contea di Isiolo, dove LVIA opera storicamente, si assiste a un doppio binario di abbandono. Da un lato, lo Stato centrale continua a stanziare risorse pubbliche del tutto insufficienti per i servizi di base e lo sviluppo rurale; dall’altro, il settore privato e i meccanismi di mercato scelgono di non investire, frenati dagli altissimi rischi sistemici connessi a questi territori: infrastrutture stradali e idriche carenti, bassi livelli di scolarizzazione e formazione della forza lavoro locale, e diffuse inefficienze amministrative o fenomeni corruttivi.
In questo vuoto tra istituzioni pubbliche e investimenti privati, il ruolo della cooperazione internazionale non governativa diventa più che mai primario e insostituibile. Senza interventi di cooperazione mirati, capaci di assorbire il rischio finanziario e di fare da ponte, queste comunità rischiano di restare definitivamente escluse dai processi di sviluppo nazionale. La sfida attuale è quindi quella di non abbandonare questi territori fragili, utilizzando le risorse solidali per infrastrutturare le filiere locali, rafforzare i servizi di base, valorizzarne il potenziale inespresso e accompagnare le comunità agropastorali verso un’autentica autonomia e resilienza.