tutte le foto sono di Claudio Martoglio 
«Nei giardinetti si vedevano pochi bimbi. Le mamme non permettevano ai figli di scendere sotto casa a giocare ‘perché è sporco, degradato, c’è gente poco raccomandabile’ dicevano. Adesso non è più raro vedere nei cortili bimbi che giocano Insieme; le mamme escono dalle loro case, iniziano a conoscersi e ad apprezzare il posto in cui vivono perché scoprono che i bambini possono giocare tranquilli».
Ce lo racconta Vanessa Marotta, coordinatrice di LVIA del progetto “Villaggio che cresce” nella zona ex-Moi di Torino.
L’area ex-Moi a Torino
La zona ex-Moi nel quartiere Borgo Filadelfia di Torino ha avuto, negli anni, diverse identità: dal 1933 ha ospitato il Mercato ortofrutticolo all’ingrosso (il Moi, appunto) fino al 2001, quando il complesso è stato dismesso e ristrutturato per accogliere parte del villaggio olimpico in occasione dei Giochi invernali di Torino 2006; oggi, vi convivono case popolari, un ostello della gioventù, le palazzine occupate abusivamente da profughi, uno studentato universitario, alcune famiglie in accompagnamento abitativo ed un Cohousing. Un puzzle che sembra impossibile da comporre.
Da un punto di vista urbanistico, l’area è una stretta lingua di cemento del tutto marginale rispetto alle dinamiche del quartiere, compressa tra due strade ad alto scorrimento e lo scalo ferroviario del Lingotto. Qui non è semplice identificarsi in una comunità.
Potenzialmente, gli abitanti dell’ex-Moi nell’arco dell’intera giornata potrebbero incontrare solamente altri abitanti della zona, vivendo un isolamento urbano che causa anche emarginazione sociale.
I bambini vivono in situazione di deprivazione culturale ed educativa e sono
esposti ad un alto rischio di dispersione scolastica. Si vive un estremo disagio sociale.
Tra gli abitanti delle case occupate, molti africani hanno fatto viaggi estenuanti, attraversato deserti, sofferto abusi e violenze. Accanto a loro ci sono le famiglie delle case popolari e quelle beneficiarie dell’accompagnamento abitativo, seguite dai servizi sociali.
È in quest’area che LVIA partecipa alla realizzazione del progetto “Villaggio che cresce” attraverso il quale «L’intenzione è di radicare legami relazionali forti favorendo la dimensione di ‘Villaggio’ in cui può essere piacevole far crescere i propri bambini» conclude Vanessa.
Angelo Conti, Fondazione La Stampa – Specchio dei Tempi
A dirla tutta, il Moi ai torinesi ha sempre fatto un po’ paura.
L’occupazione delle quattro palazzine dell’ex Villaggio Olimpico, inserite in un più ampio contesto di edilizia popolare, ha spaventato sin dall’inizio. Al punto da indurre le amministrazioni che si sono succedute in questi anni ad una posizione passiva, di presa d’atto
del fenomeno, senza tentare alcun tipo di intervento o di reale gestione. Così l’area occupata si è progressivamente trasformata in un ghetto, in un bunker oltre al quale non si riusciva a guardare, mentre lo sgombero più o meno coatto era l’unica soluzione che si riusciva ad ipotizzare.
La Fondazione La Stampa – Specchio dei tempi ha cominciato ad occuparsi del Moi lo scorso inverno, quando ha ricevuto segnalazioni di presenze, in orario scolastico, di bambini e ragazzi sui prati intorno alle palazzine occupate. C’era dunque un fenomeno di non scolarizzazione o di scolarizzazione molto parziale da affrontare, tanto più grave nell’ottica di facili e possibili devianze in ragazzi palesemente a rischio.
Il primo contatto è stato con la dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo Pertini (competente per territorio) e con la Direzione Scolastica Regionale. Registrato il loro appoggio, si è passati ai partner sul territorio. Con le associazioni Acmos e LVIA, e con l’aiuto anche del gruppo informale Arte Migrante, è stato redatto il progetto “Il villaggio che cresce” che ha trovato l’immediato finanziamento della Fondazione Specchio dei tempi. Già a marzo, appena 40 giorni dopo la nascita dell’‘idea’, si è entrati nella fase operativa, con l’inizio degli incontri al Moi.
Due gli step del progetto: l’avvicinamento e il coinvolgimento di ragazzi e bambini, la presa di contatto con le famiglie.
Il risultato è stato molto positivo: fra aprile e luglio sono state registrate 77 adesioni con una media di presenza agli incontri (inizialmente con cadenza settimanale il sabato, poi estesa anche al mercoledì) di una trentina di ragazzi. Particolare successo hanno poi riscosso gli appuntamenti di “Estate Ragazzi” che è stato ospitato nei locali e nello spazio verde di Hiroshima Mon Amour, struttura prospicente l’ex villaggio olimpico.
Il progetto, ormai stabilizzato su una cadenza bisettimanale, ha ripreso il suo corso con l’inizio dell’anno scolastico. Con i docenti degli istituti “Pertini” e “Via Sidoli”, è stato concordato uno scambio di informazioni didattiche sui percorsi di apprendimento dei singoli ragazzi, che mostrano differenze sostanziali di conoscenza della lingua italiana, oltre che di profitto scolastico. Intanto il Comune ha concesso, dall’autunno, la disponibilità di più ampi locali.
La Fondazione La Stampa-Specchio dei tempi ha già provveduto a finanziare l’attività sino al settembre 2018 e intanto sta muovendo i primi passi anche il progetto “Il Villaggio che lavora” per sostenere i percorsi scolastici e formativi dei ragazzi fra i 14 ed i 18 anni che si mostreranno disponibili ad un concreto inserimento nel mondo del lavoro.
L’INTERVENTO

Da marzo 2017 l’equipe degli educatori, che comprende anche mediatori linguistici, studenti di facoltà umanistiche, antropologi, giovani del territorio, ha coinvolto un’ottantina di bambini e bambine tra i 3 ed i 16 anni. La partecipazione è diffusa indistintamente tra i bimbi e le famiglie delle case occupate, delle case popolari, degli accompagnamenti abitativi.

SOSTEGNO ALLO STUDIO
«I bambini vivono situazioni molto diverse per provenienza, lacune linguistiche e cognitive, difficoltà di apprendimento. Più che aiutarli a fare i compiti, cerchiamo di trasmettere con attività ludiche, contenuti e conoscenze legate alle materie scolastiche.
Collaboriamo con la scuola Pertini per un approccio orientato alle caratteristiche del singolo bambino. Nel tempo è nata una bella solidarietà, i bimbi mostrano la volontà di aiutarsi reciprocamente. Questa è un’opportunità unica per far emergere le potenzialità da quel territorio. Unica, perché oggi non ce ne sono altre».
Francesco Miacola
ATTIVITÀ LUDICO CREATIVE
«Ogni sabato facciamo con i bambini laboratori di teatro sociale e di comunità, per mettere in scena una storia a partire dai loro racconti su alcuni macro-temi – accoglienza, emozioni, viaggio, ricordi.
È per loro uno spazio per essere ascoltati ma soprattutto per realizzare qualcosa di gratificante. Bambini e ragazzi possono sperimentare varie dimensioni dei propri sensi: nei primi tempi, ad esempio, quando ci mettevamo in cerchio avevano difficoltà a darsi la mano ma poi hanno iniziato a farlo naturalmente. Qui le persone vivono tutte vicine in uno spazio piccolo ma le dinamiche di vita sono molto diverse: diversi i luoghi, diverse le storie familiari, diverso il vissuto scolastico. I bambini Imparano a confrontarsi anche su questo. Il sabato pomeriggio si chiude con una merenda tutti insieme, ed è stata una grande emozione quando le mamme ci hanno fatto una sorpresa organizzandoci una merenda fatta da loro. È stato il loro modo di dirci grazie».
Grazia Difonzo
EDUCATORE AL VILLAGGIO
«Non si può non constatare con meraviglia l’esperienza degli educatori che risiedono nelle case occupate: giovani attivi, con tanta voglia di imparare e, nonostante le loro condizioni di vita non semplici, di esserci per questi bambini.
Diversi bambini hanno molte difficoltà di socializzazione e atteggiamenti aggressivi così, attraverso le attività ludiche lavoriamo sull’affettività e le relazioni. I primi mesi, i bimbi giocavano da soli, raggruppati in nazionalità diverse, italiani, rumeni, marocchini….
Ora giocano insieme, è un bellissimo risultato. Con il tempo, la voce è iniziata a girare tra le mamme e hanno partecipato sempre più persone. Stiamo costruendo una relazione di fiducia con le famiglie e con questi bimbi, sento adesso tanto affetto, i bambini mi raccontano della loro vita. Sto facendo un corso di formazione di animatore d’infanzia e per me questa è anche un’occasione di crescita professionale e di esperienza sul campo. Con tutte le situazioni difficili che ci sono qua, è importante che le persone vedano che non sono da sole»
. Lamin Sidi Mamman