L’Afar: l’epicentro della resilienza e la sfida del futuro

L’Etiopia attraversa oggi una fase di profonda complessità. Nonostante le ambizioni di crescita nazionale, il Paese è stretto fra tensioni interne, un’inflazione che erode il potere d’acquisto e gli effetti drammatici del cambiamento climatico. La siccità ricorrente nel Corno d’Africa non è più un evento eccezionale, ma una condizione strutturale che impone un cambio di paradigma: passare dall’emergenza alla resilienza, lavorando sul nesso tra emergenza e sviluppo.

Dal 2014, la Regione Afar è diventata uno dei laboratori principali per le strategie di resilienza di LVIA. In questa terra di estremi, dove la temperatura può superare i 50 °C e l’acqua è il bene più prezioso, l’organizzazione ha scelto di operare non solo per rispondere alle crisi, ma per trasformare strutturalmente la capacità di resistenza delle popolazioni pastorali. Ma non è solo il clima a rendere i terreni infertili. La regione dell’Afar, nel nord-est del Paese, porta ancora i segni del conflitto scoppiato nel 2020 tra il Fronte di Liberazione del Tigray e l’esercito federale. Anche dopo l’accordo di pace del 2022, la stabilità resta fragile: infrastrutture distrutte, comunità costrette a fuggire e attività economiche interrotte continuano a segnare la vita quotidiana delle persone. Nelle aree amministrative di Ewa e Yallo, la Cooperazione Italiana, in collaborazione con LVIA e COOPI, supporta le comunità pastorali e agro-pastorali con azioni integrate volte a rafforzare l’accesso all’acqua, migliorare la produzione agricola e promuovere nuove opportunità di reddito.

Un pastore in Afar. Foto di Marco Simoncelli

Il capitale mobile dei pastori

L’Afar rappresenta una sfida unica: qui il pastoralismo non è solo un’attività economica, ma un sistema culturale che dipende interamente dalla mobilità e dalla salute del bestiame. Tuttavia, i cicli di siccità sempre più ravvicinati degli ultimi dieci anni hanno rotto i meccanismi di recupero tradizionali. Un pilastro fondamentale dell’azione è il supporto alla salute animale: attraverso la formazione di operatori veterinari di comunità e la fornitura di input zootecnici, LVIA garantisce che il “capitale mobile” dei pastori resti produttivo anche durante i periodi di stress climatico.

La regione Afar è composta totalmente da aree pastorali e la sussistenza della società dipende quasi esclusivamente dal bestiame. L’impatto del progetto è enorme perché l’area era stata devastata dal conflitto e i pastori hanno avuto enormi difficoltà a spostarsi in cerca di pascoli.” racconta Tasheger Ayalew, coordinatore del progetto per LVIA “Oltre alle campagne di vaccinazione, abbiamo fornito attrezzature e kit medici a otto cliniche veterinarie che erano state chiuse. Ora queste cliniche sono di nuovo funzionali, e il tasso di mortalità del bestiame è diminuito drasticamente. Queste risultati sono estremamente importanti”.

A causa dei conflitti, migliaia di persone sfollate hanno perso non solo la casa, ma anche il bestiame, rendendo estremamente difficile ricostruire la propria quotidianità. Senza un capitale iniziale, per molti è stato impossibile riavviare un’attività: i pochi guadagni quotidiani bastavano appena per la sopravvivenza, senza lasciare spazio a nuove opportunità o prospettive future.

Tesheger Ayalew (al centro) durante una campagna di vaccinazione. Foto di Marco Simoncelli

Mohammed Ibrahim, 39 anni, si occupa oggi di allevamento e vendita di capre. Grazie al progetto ha ricevuto formazione imprenditoriale e accesso al credito, riuscendo ad avviare la propria attività. Fino a pochi mesi fa, però, la ripresa sembrava impossibile. “Dopo essere stati costretti a fuggire, ho perso tutto. All’inizio vivevamo grazie agli aiuti delle altre persone ma era una situazione molto critica. Poi, grazie al progetto LVIA, ho ricevuto un capitale iniziale che mi ha permesso di ripartire. Non sono stato l’unico: siamo un gruppo e lavoriamo bene insieme, ognuno fa il suo pezzo e vedo che tutti stanno migliorando le proprie condizioni di vita. È un beneficio che riguarda l’intera comunità. Come padre ho sempre cercato di dare il meglio per i miei figli ma adesso posso fare ancora di più. Se hanno problemi di salute posso portarli alla clinica migliore. E non solo i miei figli ma anche le altre persone. Fa parte della nostra cultura sostenerci tra noi.

Ricostruire il futuro

Il progetto ha anche promosso la creazione di piccole attività generatrici di reddito che non dipendono esclusivamente dall’allevamento estensivo – come il piccolo commercio o la trasformazione dei prodotti locali – per costruire una rete di sicurezza sociale che prima non esisteva. Questo approccio ha permesso di affrontare con maggiore efficacia anche le ondate di sfollati interni causate dalle recenti tensioni nel nord del Paese, integrando i nuovi arrivati senza destabilizzare le scarse risorse delle comunità ospitanti.

Fatuma Mohammed davanti al suo emporio. Foto di Marco Simoncelli

Fatuma Mohammed, ha 35 anni e 6 figli, tutti in età scolare. Dopo essere stata sfollata a causa del conflitto, aveva perso ogni mezzo di sostentamento. “Abbiamo vissuto una situazione molto difficile, perdendo tutto ciò che avevamo costruito con il nostro lavoro. Non avevamo opportunità né possibilità di sostentamento. Il progetto mi ha permesso di ripartire. La nostra vita è sicuramente migliorata. Se l’attività continuerà a crescere, in futuro ognuna potrà avere il proprio negozio. Se non avessimo avuto questo supporto non avremmo visto un cambiamento come questo. Ora invece non siamo più in quella situazione: lavoriamo e viviamo.

Grazie alla formazione e al supporto economico del progetto di emergenza, Fatuma oggi fa parte di una cooperativa di donne che gestisce un emporio locale. Un’attività che non solo garantisce stabilità economica, ma permette di essere protagoniste del proprio futuro.

In un contesto di emergenza, le priorità sono quelle più immediate: garantire l’accesso ai servizi essenziali e permettere alle persone di tornare a sostenersi. In questa direzione, il progetto ha lavorato per rafforzare sia la sicurezza alimentare sia l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, affiancando al supporto di base anche opportunità per ricostruire fonti di reddito. Le attività legate all’acqua e ai servizi igienico-sanitari (WaSH) sono state realizzate dal partner COOPI, in un contesto come quello dell’Afar dove l’accesso all’acqua è fondamentale per la sopravvivenza delle comunità e dei loro mezzi di sostentamento. L’intervento si è concentrato sulla riabilitazione di infrastrutture idriche e sul rafforzamento di sistemi di gestione condivisa, contribuendo a migliorare l’accesso all’acqua potabile e a ridurre tensioni e conflitti legati alla scarsità delle risorse.
In un territorio complesso e fragile come l’Afar, segnato da crisi ricorrenti e condizioni ambientali estreme, emergono però anche percorsi concreti di ripresa: storie di persone e comunità che, con il giusto supporto, riescono a ricostruire le proprie prospettive e a guardare al futuro con maggiore fiducia.

Guarda su youtube tutte le testimonianze dall’Afar.