In Burundi i rifiuti diventano una risorsa

Di Rachel Opota 

Larve di insetti trasformate in proteine, mobili di cartone, carbone prodotto senza abbattere un solo albero: all’inizio di luglio a Bujumbura, imprenditori e ricercatori burundesi si sono riuniti davanti a giornalisti provenienti da tutto il Paese. L’obiettivo? Svelare un’economia circolare già in atto, ma talmente discreta che persino le istituzioni, a volte, ne scoprono l’esistenza solo in occasioni del genere.

Nessuno si aspettava di parlare di una mosca. E ancora meno del sapore del pollo. Eppure è proprio questa la prima domanda che un giornalista ha posto a Gérard Hamenyimana: la carne del pollame nutrito con le larve mantiene lo stesso sapore? Dal palco di questo incontro tra media e protagonisti dell’economia circolare, l’allevatore descrive un’attività ancora poco conosciuta in Burundi: l’allevamento della mosca soldato nera. Nutrite con scarti organici, le sue larve sostituiscono una parte delle proteine nell’alimentazione di suini e pollame. E una volta completato il ciclo, i residui diventano un ottimo concime naturale.

Larve nella razione alimentare delle galline

Le domande si susseguono. Questa mosca esiste davvero in Burundi? È sicuro consumare la carne di questi animali? Questa tecnica riuscirà un giorno a far diminuire il prezzo della carne?

Gérard Hamenyimana risponde con cautela — e questa cautela, paradossalmente, avvalora la sua tesi. «Le mosche soldato nere sono già presenti in Burundi in alcuni ambienti. Bisogna però affinare le tecniche di cattura per poterle allevare», spiega. Il settore è ancora ai primi passi: meno di novanta allevatori praticano oggi questa tecnica, un numero troppo esiguo per incidere sui mercati. Sul campo, invece, i primi riscontri suscitano forte curiosità. A Kabezi, secondo le testimonianze degli agricoltori che utilizzano il concime derivato da questo allevamento, la produzione di manioca sarebbe raddoppiata, al punto che la domanda supera ormai l’offerta. Gli esperti dell’ISABU, del Kenya e del Camerun hanno prelevato dei campioni e si attendono i risultati delle analisi.

Al suo fianco, il ricercatore Éric Gilbert Kazitsa perora la causa di altri alleati, questa volta invisibili: i lombrichi. Residui di riso, scarti di caffè, banano, canna da zucchero, liquami di palma o scarti dei macelli diventano, grazie al lombricompostaggio, un concime ricco di sostanze nutritive. Persino il giacinto d’acqua che prolifera sul lago Tanganica può essere decomposto. Tre chilogrammi di lombrichi bastano a produrre una tonnellata di compost in quattro mesi, e la tecnica può essere facilmente replicata a casa. La sua sfida va ormai oltre la ricerca: introdurre il lombricompostaggio nelle scuole tecniche agricole.

Il cartone sfida il legno

È poi il turno di Inez Ineza, e con lei arriva il momento più inaspettato della giornata. A capo della House Decoration Company, Inez realizza armadi, tavoli, sedie e oggetti decorativi utilizzando cartoni recuperati gratuitamente nei negozi e presso varie organizzazioni. I suoi mobili, assicura, sono resistenti quanto quelli in legno. Anzi, racconta che a casa sua sono stati proprio i tavoli in legno a essere attaccati dalle termiti, non quelli in cartone.

Sorge spontanea una domanda: questi mobili si possono pulire con l’acqua? «Sì, senza problemi». Risate in sala, ma l’argomentazione convince. Tanto più che i prezzi parlano da soli: circa 600.000 franchi burundesi per un armadio di cartone, contro il 1.200.000 di un modello in legno. Alberghi e ristoranti figurano ormai tra i suoi clienti e gli ordini crescono più velocemente della sua capacità produttiva: per mancanza di spazio e di macchinari di compressione, alcuni devono essere rifiutati. Il problema di questa imprenditrice non è più convincere il mercato, ma riuscire a produrre abbastanza.

Un settore che muove già tonnellate

Queste iniziative non sono più casi isolati. Juste Niragira, direttore della Janico Bio Company, trasforma i rifiuti organici in carbone ecologico per contrastare l’impennata del prezzo del carbone tradizionale e la conseguente deforestazione. La sua argomentazione più efficace si riassume in due cifre: una famiglia che spendeva circa 300.000 franchi burundesi al mese per cucinare arriva a spendere solo 130.000 franchi grazie a una stufa più efficiente, venduta a un prezzo compreso tra 25.000 e 30.000 franchi. L’investimento si ripaga in pochissimi giorni.

Più a valle nella filiera, Nezerwa Investment Group raccoglie plastica, carta, sacchetti e cartone. Nel 2025, l’azienda ha recuperato 720 tonnellate di rifiuti e ne ha esportate 580, in particolare verso Tanzania e Uganda; una parte viene venduta localmente all’azienda NVPH. Alla fine di maggio 2026 erano già state raccolte 450 tonnellate. L’azienda ha contribuito alla creazione della cooperativa COVADA, incaricata della raccolta differenziata nel sito di Mubone, e prevede di istituire gruppi di raccolta nei vari quartieri di Bujumbura.

La plastica rappresenta già una risorsa per diverse iniziative in Burundi, come SpringECO, promossa da Spring Communities, che la riutilizza per produrre penne, un oggetto di uso quotidiano molto richiesto.

Mubone, il punto cieco della filiera

È proprio in questo contesto che i giornalisti pongono la domanda più scomoda: le persone che ogni giorno smistano i rifiuti a Mubone dispongono di dispositivi di protezione? La risposta ricorda che questa filiera è ancora in fase di strutturazione. L’azienda punta per il momento sulla sensibilizzazione, affinché i raccoglitori finanzino autonomamente il proprio materiale attraverso le loro casse di risparmio e credito. Dietro le tonnellate esportate, la filiera nascente rivela così il suo punto cieco: coloro che la mandano avanti a mani nude. Un tema a sé stante, che le redazioni presenti non mancheranno di approfondire.

Iniziative ancora poco conosciute dai ministeri

Un singolo momento riassume da solo il paradosso della giornata. Jean Girukwishaka, direttore del Dipartimento per i servizi igienico-sanitari e l’ambiente, ammette di aver scoperto proprio in questa occasione diverse iniziative di valorizzazione dei rifiuti, tra cui quella della House Decoration Company. L’ammissione è emblematica: se un’azienda che già rifornisce gli hotel della capitale rimane sconosciuta alle istituzioni, quante altre continuano a svilupparsi nell’ombra?

Il ministero, tuttavia, si sta muovendo: 116 contenitori per la raccolta differenziata della plastica sono stati installati a Bujumbura, altri venti sono previsti a Gitega ed è in fase di elaborazione una legge sull’economia circolare e la gestione dei rifiuti. Da parte sua, il FIADI gestisce, grazie al progetto di LVIA ECOCIRC cofinanziato dall’Unione Europea, un centro di prototipazione aperto ai promotori di nuove iniziative: un luogo in cui le idee di riuso possono essere testate prima di affacciarsi sul mercato. Infine, il Consorzio per la Gestione e la Valorizzazione dei Rifiuti in Burundi (CGVDB) — promosso da FIADI, L’Urbaniste, Imisiba, Fabrimetal, Glice e Great at Vision — rappresenta un ottimo esempio di come la società civile stia cercando di strutturare un settore ancora in gran parte informale.

In Burundi, i rifiuti continuano a rappresentare una sfida ambientale di primaria importanza. Ma oggi iniziano a raccontare una storia diversa: quella di allevatori, ricercatori e imprese che dimostrano, dati alla mano, che un cartone, un residuo agricolo o un sacchetto di plastica possono tornare a essere una risorsa. Il loro ostacolo principale non è più l’invenzione, ma la visibilità; e i giornalisti che quel giorno sono ripartiti con i taccuini pieni di appunti potrebbero rappresentare una parte fondamentale della soluzione.